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Un grande Ramón Julian Puigblanque vince il suo 7° Rock Master. Un assoluto record. Tra le donne Mina Markovic vince il suo primo Rock Master.

Ramón Julian Puigblanque ph Giulio Malfer / Planetmountain.com

 

Ore 21:00. E’ il momento della finale Lead. E il Climbing Stadium offre un colpo d’occhio da tutto esaurito. Verrebbe da dire: questo è il Rock Master, bellezza. O, anche, che è la bellezza del Rock Master. Neanche il tempo di pensarci e c’è già la prima emozione. Sul grande schermo dello stadio parte il video dedicato a Tito Traversa. E, come al Rock Junior una settimana fa, l’intero stadio resta in silenzio, come sospeso. Poi libera il suo applauso e il suo ciao al piccolo campione che non c’è più. Non si fa mai l’abitudine a queste cose… resta il ricordo, e un attimo ancora in cui tutto sembra fermo. Poi si parte per il Rock Master, la gara che Tito sognava… Ancora nessuno lo sa,  e non vorremmo anticipare troppo, ma stasera il Rock Master è destinato a vivere qualcosa di speciale.

Si parte dunque e l’adrenalina sale subito a mille. Gli uomini corrono sulla stessa parete dove questo pomeriggio hanno affrontato la (difficile) via a-vista. La stessa con la “terribile” onda rovescia del grande tetto. Ma non è che la prima parte sia poi così benevola, anzi. Lo capisce subito Magnus Midtboe che cede al primo filtro. Poi Stefano Ghisolfi che arrampica davvero bene e si spinge più avanti del norvegese, fino a che anche lui vola, complice una “scivolata di mano” del tutto imprevista. Chi non scivola per niente è il campione del mondo, alias Jakob Schubert, che va su deciso, anche se non proprio facilmente, fino all’onda. E lì un po’ si perde. Ma la via, ora è proprio evidente, è davvero durissima. L’austriaco comunque è già nettamente al comando. E ci resta anche dopo la corsa del russo (rivelazione) Dmitry Fakiryanov e del giapponese Sachi Amma entrambi volati nello stesso punto ben più in basso di Schubert.

Cambio di parete, si passa su quella di sinistra, e siamo alla partenza della finale femminile. Si inizia, come al solito, nell’ordine inverso a quello della classifica della semifinale a-vista. Così tocca a Jenny Lavarda aprire le danze per il lungo e difficile viaggio. Jenny lo fa bene, è tonica e decisa, ma vola lì dove la via sale sullo spigolo di destra. A fare meglio di lei è Mathilde Becerra, la francese, che un po’ ha sorpreso tutti già dagli Open, prima di mollare si spinge davvero in alto. Ma il primo vero botto (e la grande sorpresa) arriva da Dinara Fakhritdinova. La russa sembra davvero inarrestabile. Come una macchina supera lo step della grande sfera rossa e poi affronta la difficile traversata che la porta sullo spigolo di sinistra, su quel volume verde che segna la partenza per il grande strapiombo finale. E va su, e ancora su, fino a vedere l’ultima sequenza di prese verso la fine e… vola. Ma non si ha nemmeno il tempo di capire quanto brava sia stata che già è tempo per il bis. Protagonista di un’altra performance di quelle che “non ti aspetti” è la sua connazionale Evgenia Malamid. Corre come una campionessa Evgenia. Non si arresta, e insegue passo passo la strada aperta da Dinara. Fino a lassù, altissima, dove vola… sulla stessa identica presa della compagna di squadra. Viene da pensare che a volte il destino ha più fantasia di quello che ti aspetti. Ma ora è già tempo dell’austriaca Katharina Posch che però si arresta ben al di sotto delle due russe.

A questo punto è arrivato il momento della verità. Ora a scendere in pista è la giapponese Akiyo Noguchi. E’ terza nella classifica provvisoria. E’ una campionessa, e lo dimostra arrivando senza grossi problemi allo spigolo, proprio su quel volume verde che fa da trampolino di lancio per la parte finale del viaggio. E proprio lì si ferma a lungo. E’ evidente che si è prefissa quel punto di riposo (si fa per dire) per recuperare un po’ le forze… e quando si sente pronta riprende la sua corsa. Va decisa e sale, presa su presa, fino ad arrivare solo a toccare l’ultima presa tenuta dalle due russe. Ma ora a scendere in campo è Mina Markovic. E la campionessa slovena è una da top! Anzi, a vederla salire, sembra un siluro già puntato verso l’alto. Così, senza mai soffrire troppo, è già oltre il punto più alto fin qui raggiunto e non si ferma… va dritta sull’obiettivo. Ma proprio quando ce l’ha lì, quasi davanti al naso, proprio all’ultima presa cade. Grandissima gara!

Però non è ancora finita… Parte l’ultima. Si chiama Jain Kim, e oggi sulla via a-vista è andata più alta di tutte, quasi a sfiorarne la fine. Così lo stadio (e immaginiamo anche Mina Markovic) resta con il fiato sospeso. Infatti la coreana va su che è un piacere. E, passaggio su passaggio, arriva proprio lì, ad una passo da quell’ultima presa e dal top. Sembra proprio destinata a vincere ma poi proprio ad soffio, ad una sola presa dalla Markovic, cade. Così la slovena fa il bis: ieri sera è entrata nell’albo d’oro dell’ Arco Rock Legends vincendo il La Sportiva Competition Award, e ora ha conquistato il suo primo Rock Master. Da 1 a 10, secondo voi, quanto può essere stata felice!

A proposito di felicità e di grandi risultati, ancora manca il gran finale della gara maschile. Riepilogando: mancano ancora tre salite e, per ora, la testa della corsa è in mano a Jacob Schubert, l’unico che ha raggiunto l’ormai famosa grande onda rovescia. Dunque, si riprende dallo sloveno Domen Skofic che arriva poco sotto il punto più alto toccato dall’austriaco. Poi è la volta del canadese Sean McColl che cade ancora più sotto. A questo punto ne resta solo uno che può mostrare cosa c’è oltre le colonne d’Ercole di quell’onda. L’impresa sembra impossibile ma lui, l’ultimo, si chiama Ramón Julian Puigblanque ed è l’uomo dell’impossibile.

Così, in quell’attimo prima dell’ultima corsa, tutto l’immenso pubblico del Climbing Stadium sembra aspettare solo un miracolo. E, in effetti, Ramonet le magie comincia a farle quasi subito. La prima a metà parete, con un lancio da infarto: mano su una ruga della parete, piede su un’altra ruga e poi via su a lanciare e a prendersi un rischio pazzesco. Poi, altra magia, vince il corpo a corpo con la grande onda. A questo punto il pubblico è già tutto in piedi ad applaudire il vincitore. Lui però non è uno che si accontenta: si volta verso la folla e chiede ancora più sostegno. E riparte, quasi come stesse ballando, per conquistare il grande tetto centrale e la traversata che lo porterà alla fine.

La strada è ancora lunga, e soprattutto è ancora molto difficile. Ma stasera nulla può fermarlo. Afferra il top e, nello stesso momento, lo stadio… esplode! Finita? Non ancora. A questo punto la corda che deve far passare nel moschettone di calata non vuole saperne di scorrere. Lui però non molla e, mentre lo stadio continua ad incitarlo, alla fine ci riesce. Ora può godersi il trionfo. Ha vinto il suo 7° Rock Master (un record assoluto) con una salita straordinaria. Di sicuro tra le più belle nella storia delle competizioni. Che dire? Questo è il Rock Master, signori! E Ramón Julian Puigblanque è il suo campione! Prima di chiudere però, lasciateci aggiungere che l’incredibile spettacolo di questa finale è stato possibile grazie al lavoro di Leonardo Di Marino, Donato Lella e Luigi Billoro, ovvero il team dei tracciatori che ha saputo inventare la “via dei miracoli”.

di Vinicio Stefanello / Planetmountain.com

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